Come veniva trascorso il periodo più bizzarro dell'anno, nella Taranto di un tempo…?
Scopriamolo attraverso una cronaca del 1948
Sappiamo benissimo che qui il Carnevale non ebbe mai nulla di clamoroso, di fastoso, nelle sue manifestazioni tra i tarantini del passato. Tuttavia, le scene cui si assisteva in via Duomo, nei vicoli di via di Mezzo, lungo La Marina e in Piazza Fontana nel primo decennio del 1900 e sino alla vigilia della Prima Guerra mondiale, ed anche nei primi anni successivi, ci fanno pensare ad un Carnevale unicamente popolaresco, in cui dominavano, sovrani, il tamburello e la frenetica pizzica-pizzica[1]. Si cantava e si ballava, nelle case, nelle piazzette, nei larghi e ovunque ci fosse spazio sufficiente[2].
Per Strada
“Semel in anno licet insanire”: aveva allora il suo preciso significato. S’impazziva allora d’allegria, di canti, di musica, di danze, di scherzi, da Sand’Anduène (ogne masck’r è suene), ininterrottamente sino al martedì di Quinquagesima; un po’ meno nei giorni feriali, un po’ più durante le domeniche, con note elevatosi nel Giovedì grasso e nell’ultima domenica, per raggiungere il diapason nell’ultimo giorno di Carnevale. La città risuonava d’un’ alej’ alej’ generale e dalle gioconde risa dei bimbi che si burlavano fra loro - e burlavano i grandi - con mille, innocenti scherzi:
“ - Ehi ‘u zìie… tanda salute.
- Da cìi?
- Da Carnevale…
E tela, a gambe, per non essere raggiunti da qualche scappellotto e per ripetere il giochetto più in là:- ” [3].
Ed allegria, allegria dappertutto: sprizzante, erompente, travolgente. Coriandoli, confetti cannelline e turnise eran seminati a piene mani da mascherine in carrozza e su carretti o appiedate.
I veglioni
Sempre affollati: da chi se lo poteva permettere, naturalmente. E sì, perché allora il soldino aveva il suo valore e corrispondeva al prezzo d’ingresso al Paisiello, dove oggi fan bella mostra le aiuole di Piazza Castello.
I festini
Nelle case, non ce n’era una nella quale non si organizzasse un festino o na fest’a cumbonende. Nel senso che un gruppo di amici si divideva la spesa per comprare un po' di paste secche e un po’ di rosolie. Quest’ultima forma era praticata su larga scala, e perché la spesa singola diveniva più sopportabile, e perché l’aumento del numero degli invitatati non apportava alcun disagio economico al padrone di casa. Preferita anche dai giovani che avevan modo così di, tramite diretto o tramite amici, di far parte di una data festa della quale faceva parte anche “a zite”!Per quanto durante il ballo era bello poter reggere nella propria, l’accaldata mano d’a uagnedde durante un vorticoso giro di valzer, una ritmica mazurka o una saltellante polka, i tre balli tradizionali delle prime ore di festa, che, a mano a mano che l’ atmosfera si… arroventava, venivano sostituiti od intercalati da indiavolate pizzica-pizziche e tarantelle, le quali mettevano a dura prova le capacità di resistenza dell’orchestrina di strumento a plettro (mandolini, chitarre e, nelle serata di gala, contrabasso, essendo allora il violino un lusso o il jazz roba… dell’altro mondo)!
Che dire poi dei piatti tipici: piatti ricolmi di fragranti cazune cu a ricotte e di purpette e brasciole de majale che, per amor del gusto più stuzzicante e non per risparmio, erano sostituite, spesso e volentieri, da purpette e brasciole de carnefirrate, cariche d’aromi. E come sciuvelave ‘u vine! E le belle ceste di frutti di mare da mangiare a mano a mano che venivano aperte.
Le maschere
Dai vicoli che sboccano alla Marina uscivano drappelli di... cavalleria: erano trainieri che cavalcavano i loro cavalli da tiro e indossavano la completa divisa dei marinai della Marina Militare. Tale cavalleria faceva un effetto straordinario fra la folla delle maschere. Come facessero i trainieri a possedere quelle divise militari, è presto detto: la maggior parte dei giovani di Taranto vecchia, allora, si immatricolavano nella leva di mare, e, quindi, quando si congedavano da quel servizio militare, tornavano a casa, naturalmente, con la divisa di marinaio. I loro visi erano coperti da maschere lucide di cartapesta leccesi di color roseo-bianco e con tanto di baffoni, dipinti, alla Umberto I, secondo la moda dell'epoca.Non mancavano maschere travestite da scemmute (gobbo) e il suo sciumme (gobba) veniva toccato con la mano da tutte le maschere quale portafortuna...Nell'immediato primo dopoguerra, anche gruppi di giovani non mascherati facevano una vera e propria battaglia... nel lanciarsi addosso manate di cannelline, confetti colorati contenenti pezzetti di cannella, per le strade. Vincitori della singolare ed allegra... disputa, erano quei gruppi che in tasca tenevano ancora confetti da lanciare, mentre, gli avversari battuti, non avendone più, andavano subito a rifornirsi nei caffè per ricominciare e cercare di cancellare la... sconfitta subita. Dove si svolgevano tali scene, i marciapiedi, naturalmente, erano quasi... lastricati di confetti! Dai balconi di via Duomo, poi, si gettava farina con le sessole su gruppi di mascherati...
A' muert'u Tate!… Ossia l’ultimo giorno di Carnevale
Il protagonista assoluto del Carnevale era un grosso fantoccio, un pupazzo imbottito di stracci od altro sul quale troneggiava una testa, pur essa di stracci e paglia, coperta e completata da una maschera di cartone pressato e sul capo gli ponevano chi un cibbusse, chi un cappello comune; fra le mani un giornale o libro e in bocca una pipa di creta con cannuccia lunga. Lo chiamavano 'u Tate (= il papà, della baldoria e della gozzoviglia, cioè Carnevale). Durante l'ultimo giorno, 'u Tate, disteso jnd' 'a nnu chiavute (bara) e posto poi su di una trainèdde (carrettino a due ruote tirato a mano) veniva seguito da una folla di maschere per le principali vie della città. A mezzanotte in punto 'u Tate finiva sul rogo appositamente preparato in Piazza Fontana, fra schiamazzi, pianti finti, pizzica-pizzica e canti accompagnati dagli striduli suoni di tamburelli e trombette di cartapesta. In quei giorni sciami di ragazzi facevano a gara a ci vète chiù Carnevale. Già, perché di Carnevali se ne esponevano parecchi fuori alla strada; seduti su di un’asticella posta tra un balcone e l’altro, affacciati al balcone o addirittura appesi ad esso. Ve ne erano di quelli che, attorno al collo e sul petto, portavano enormi file de cugghiunghele, che rimanevano esposti sino alla fine del Carnevale e poi cambiavano sesso. Con abiti femminili, allora, era esposta la Quaremme, la quale al posto della salciccia, si adornava d’un ciondolo costituito da un’arancia con sei penne di gallina infilzatevi dentro. Ed ogni domenica, una delle penne veniva tirata per segnare, a somiglianza della famosa pignata di fave d’u Capitale, quando sarebbe venuta la Pasqua.
La Storia di Carnevale
Raccontavano le nonne ai nipotini che l’inveterato crapulone, allorchè stava per dare l’addio al mondo, fu, da due Angeli mandati dal Signore, preso a braccetto e condotto (meglio: portato) in un lungo corridoio le cui pareti eran di salcicciotti, de cazune de pasta mbuttite, de brasciole e d’otre beddezzarie.
- Senti, gli avevan detto gli Angeli - se tu riesci ad attraversare il corridoio senza nulla toccare, andrai in Paradiso; altrimenti…
E ‘u Tate iniziò la sua marcia, sogguardando quel bene di Dio allungando, talvolta, la mano per ritirarla subito, soffermandosi ad annascare il delizioso profumo ca le faceva ruscere le ndrame. Altri due passi ed avrebbe guadagnato il Paradiso ma dal muro occhieggiava nu cuggiunghele de sazizze così ben rosolato e sudante un unto così profumato che lo costrinse a fermarsi. Con rapida mossa, ind’a ccè v’u stoc’a ddiche, ‘u cugghiunghele passò nelle mani e sotto i denti di Carnevale trascinandosi dietro una lunghissima fila di fragranti rocchi. E l’ultimo…
Ma ve lo dice un mottetto popolare:
Ah! Tàte, ah! Tàte bueno
Te vulemme tutte bbene;
p’ù spiule d’a sazizze e delle cumbiette rizze
deventaste cannarute.
Gnutte, gnutte
L’urteme sigghiutte …
P’a sazizze … te frisciute!
Ingoia, ingoia, Carnevale: per essere goloso sei stato spacciato...
Si forma il corteo. Su di un carretto viene steso il Carnevale tra quattro torce, con l’inseparabile collana di sazizze al collo. E, dietro, la folla.
Folla ubriaca di vino e di allegria, forse più d’allegria che di vino. E trombette, grida, fischi, canti, lamenti… funebri, e confetti , coriandoli, stelle filanti persino profumi, spruzzati sulle mascherine, fino a quando, arrivati a Piazza Fontana, il nostro Carnevale balzava dal carretto e, assiso in cerchio con gli amici, faceva lieta baldoria mentre la sua effigie bruciava, tra le schiamazzi e finti pianti. In ossequio a chissà quale rito di purificazione.
La folla rientrava pian piano. Qualche mascherina si ferma sul limitare d’una Chiesa che già fa diffondere i primi rintocchi della campana per la messa delle Ceneri.
Qualche rado passante ancora, che va pensando fra se:
Oh Carnevale mie, chine de dogghie,
Ajere maccarrune e osce fogghie…
E poi la città tutta dorme[4].
Finiva il tempo dei gozzovigli, dei bagordi, e cominciava il periodo della Quaresima con tutte le sue osservatissime restrizioni.
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Note Bibliografiche
L'immagine Carnevale a Taranto è del 1926 ed è tratta da http://www.tarantofuturo.it/
[1] L'antica tarantella tarantina, nata dal tarantolismo che dette, forse, secondo alcuni studiosi di danze popolari, origine a tute le tarantelle meridionali.
[2] In "Voce del Popolo". a. LXXXVI (Taranto, I5/2/l969), n. 6. p. 2.
[3] G. Masciadaro, Carnevale del bel tempo che fu, sta in‘U Panarijdde, Taranto 7 febbraio 1948.
[4] G. Masciadaro, Ibidem.
L'immagine Carnevale a Taranto è del 1926 ed è tratta da http://www.tarantofuturo.it/
[1] L'antica tarantella tarantina, nata dal tarantolismo che dette, forse, secondo alcuni studiosi di danze popolari, origine a tute le tarantelle meridionali.
[2] In "Voce del Popolo". a. LXXXVI (Taranto, I5/2/l969), n. 6. p. 2.
[3] G. Masciadaro, Carnevale del bel tempo che fu, sta in‘U Panarijdde, Taranto 7 febbraio 1948.
[4] G. Masciadaro, Ibidem.















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